VIA DELLE VETTE 2018: LA PAROLA AI PARTECIPANTI

Sono passati ormai alcuni mesi dalla Via delle Vette, il dog trekking organizzato da Thedogventure in Alta Valle Camonica. Eppure il ricordo di questa esperienza è ancora vivo in chi l’ha vissuta: con gambe, testa, cuore e passione. Un’esperienza che ha visto i cani al centro di una settimana entusiasmante, perché i cani sono e saranno sempre il fulcro del nostro progetto.

 

Qui di seguito trovate le impressioni e le sensazioni di chi, in prima persona, ha vissuto tutto questo.
Alla prossima…

Guido e Lea

I primi contatti nascono sui social, su Facebook, dove vedo il promo dell’iniziativa e cerco di capire quali saranno i percorsi, le distanze e i dislivelli da colmare. Subito ho l’impressione di un’avventura bellissima ma molto impegnativa dal punto di vista fisico, difficile da coniugare con i ritmi quotidiani casa-ufficio. Ricordo vivamente la recente esperienza di un’escursione sul monte Cornizzolo con un amico e i nostri cani, con l’ascesa difficoltosa per il peso dello zaino, carico di acqua, crocchette, tenda e materiali per essere in autonomia, e il sollievo nel poter fare una doccia dopo due giorni di escursione. Nessun problema per Lea, pastore tedesco di due anni, abituata alle scorribande, ma io avrei retto il colpo? Del resto, è troppo forte il richiamo della montagna, con la bellezza della fatica per raggiungere le cime e con la magia delle notti in tenda, nel silenzio dei boschi rotto solo dalle folate di vento. Altre due esperienze di dog trekking fatte con gli amici del gruppo Amarok, sul Monte Barro e ai Laghi Gemelli, mi spingono ad aderire al progetto e a confermare la mia partecipazione.
Giunto a Vezza d’Oglio ho conosciuto un gruppo di persone generose che, animate da una grandissima passione per i cani, hanno dato vita a una bellissima avventura: il primo dog trekking del progetto del Centro Cinofilo La Luna e il Falò di Filippo Cattaneo, sostenuto dalla Fisc e dal Progetto Amarok e da diversi partner, tra cui la sbk Italia, Francesca Codina Photography, WebCam Valle Camonica, AleCod, Myfootbike Italia, F-all e la Trattoria Fontanacce di Vezza D’Oglio che è stata un magnifico punto di partenza e di arrivo.
Francesco coi suoi Indi e Ciuk, Francesca e Federico con Sean, Ira e Ripley, Andrea con Max e Maraya, Eleonora con Akira e Chiara con Lampo, Oliviero e Nadia con Denise, Rodolfo con Andrea sono stati compagni di viaggio insostituibili.
Insieme abbiamo esplorato posti bellissimi, spettacolari, come la Val Grande, Cima Rovaia, Ponte di Legno e l’Area Faunistica di Pezzo, Temù, la Val Paghera e il Lago dell’Aviolo. Complessivamente, sono stati percorsi 108 chilometri, con 11.680 metri di dislivello positivo e negativo. Molto ci ha aiutato l’organizzazione del trekking: il gruppo di supporto, che ci raggiungeva in auto a ogni trasferimento, caricando i materiali al mattino e riconsegnandoceli alla sera, ci ha permesso di camminare sostanzialmente scarichi, mentre la generosità degli amici che hanno supportato l’iniziativa ci ha consentito di avere quasi sempre l’appoggio di una struttura dove magiare e lavarci.
Per rispettare il regolamento dei Parchi dello Stelvio e dell’Adamello e per disturbare il meno possibile i cervi e gli altri animali incontrati sul percorso, abbiamo sempre tenuto legati  i cani con imbrago sportivo, cordino e cintura. Durante il cammino i cani tirano, sempre, anche in discesa. Questo in montagna può essere difficoltoso, ma mi è sembrato che Lea abbia progressivamente imparato ad accordarsi col mio passo e con le difficoltà del sentiero. La condivisione della fatica e dei momenti di riposo, sul percorso e in tenda, col proprio cane e con gli amici del gruppo, è stata il tratto centrale di questa avventura. Naturalmente, mi prenoto per la prossima!

Eleonora e Akira

Cosa ha significato per me questo viaggio? Ha comportato il sacrificio di un programma ordinario a favore di una realtà da scoprire, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario, ha ribaltato le mie personali convinzioni. Mille motivi mi hanno spinto a partecipare a questa avventura. Si parte per entrare in contatto con altre persone che hanno la tua stessa passione, per riempire una mappa vuota, per sentire il rumore degli scarponi e delle zampette nella polvere; si va perché si sente il bisogno di capire e scoprire qualcosa e per vedere quello che succederà. Mi porto dentro un bellissimo ricordo di questo dog trekking e spero di riviverne molti altri. Ringrazio tutto il team che ha reso questo viaggio straordinario.

Andrea, Max e Maraya

Quando mi fu proposto di partecipare alla Via delle Vette ero molto entusiasta dell’idea: passare 9 giorni lungo un tracciato suoi i sentieri della Val Camonica alla scoperta di posti meravigliosi! Così preparai lo zaino, molto accuratamente, tenda, sacco a pelo, cintura, linee da traino e imbraghi per i cani! Già, perché sono loro i principali protagonisti di questo meraviglioso cammino! Max e Maraya, un Border Collie di 8 anni e una mix husky di 1 anno (proveniente da un rescue di husky). Di trekking ne abbiamo fatti ma di più giorni era la prima volta, mille erano le mie domande che giravano per la testa: “saranno in grado, i miei cani, a reggere tutti questi giorni?”; “Dormiranno in tenda?”; “Andranno d’accordo con gli altri cani?”… Domande a cui ho avuto eccellenti risposte!Sono sempre stati all’altezza del trekking, non hanno mai mollato un centimetro, e anche quando le salite erano dure, loro mi hanno aiutato tanto! Con i compagni di viaggio c’è sempre stato un ottimo feeling fin dal primo giorno, tante risate, le chiacchierate lungo i sentieri e sopratutto le soste gastronomiche…a volte tra di noi, altre ospitati in rifugi o baite, dove abbiamo sempre trovato una bellissima ospitalità! Il tracciato del trekking è stato veramente bello, arrivare al Pianaccio, dormire in tenda, mentre fuori diluviava, passare dentro i boschi, vedere le cascate, i piccoli villaggi, la riserva faunistica, ammirare le montagne innevate; passando per una salita di due km e ammirare il Lago Aviolo di un colore turchese dove i cani hanno potuto anche fare il bagno… insomma un dog trekking meraviglioso! Federico e Francesca, che con thedogventure hanno preparato il il tracciato e i sentieri sono due ragazzi speciali che hanno sempre risposto alle nostre curiosità del luogo, e sopratutto sempre disponibili! I nostri compagni di viaggio? Come scritto prima si è creato da subito un bel feeling, ci siamo divertiti, le risate e le chiacchierate sono state un bel mix per affrontare al meglio il cammino! Anche i cani sono stati meravigliosi, otto Siberian Husky, un Border Collie e un Pastore Tedesco…eheh… bellissimi vederli camminare fianco a fianco. Non hanno mai mollato, anzi più camminavano e più si gasavano! Certo la sera si arrivava stanchi, ma con una bella dormita, si ripartiva sempre più carichi.Tanti sono stati gli incontri con i cervi, sulle montagne ma anche a tre metri davanti a noi! La tappa più bella? Oltre la salita verso l’Aviolo, è stata quella dei 30 km condivisa con Oliviero Bosatelli, sua moglie e la sua Pastore Tedesco.
Insomma devo dire ho passato otto giorni speciali e meravigliosi, portando a casa un bellissimo ricordo e la volontà di iniziare a prepararmi per altre meravigliose avventure! I miei ringraziamenti vanno sopratutto a Francesco che mi ha convinto a venire, a Filippo, Rodolfo, Francesca, Federico,  i miei compagni di viaggio Chiara, Eleonora, Guido..ai nostri cani che ci hanno sopportato per i 110 km della Via delle Vette! Alle persone che ci hanno ospitato (sopratutto per la sauna! Ahaha), alla mia amica Simona del Rifugio alla Cascata dove abbiamo cenato benissimo le due ultime sere. Un ringraziamento speciale va sopratutto a Max e Maraya che sono stati due compagni fantastici, condividere, aiutarsi e dormire vicini ha rafforzato il nostro bellissimo rapporto! Via delle Vette, un esperienza unica e speciale!

Chiara e Lampo

“Per quanta strada ancora c’è da fare amerai il finale”. E’ questo lo spirito con le quali ho attraversato con Lampo le valli di questa esperienza; che hanno regalato all’avventuriero l’occhio più bello. Grazie a tutti e grazie soprattutto ai nostri compagni di viaggio a quattro zampe.

VIA DELLE VETTE – DOG TREKKING IN ALTA VALLE CAMONICA

thedogventure’s team

thedogventure.com, progetto del Centro Cinofilo La Luna e il Falò, nato da un’idea di Filippo Cattaneo, ha una sua logica, una sua modalità di lavoro, una sua peculiarità. Il cane, in quanto tale, al centro del nostro progetto associato ai trekking. In aggiunta ad un vivere il territorio in stretto contatto con la natura e le sue tipicità. Così, La Via delle Vette è il primo dog trekking ufficiale di thedogventure. Con delle semplici ma chiare caratteristiche: vivere il cane ventiquattr’ore su ventiquattro, dormendo in tenda e svoglere assieme a lui il fantastico lavoro del “mettersi in cammino” scoprendo luoghi fantastici, nel pieno rispetto delle leggi della natura.

Thedogventure, per questo dog trekking, ringrazia tutti coloro che ci hanno sostenuto, fin dalla fase progettuale: in primis Il Centro Cinofilo La Luna e il Falò e l’Allevamento Keral’ghin di Filippo Cattaneo. Un grande grazie alla FISC (Federazione Italiana Sport Cinofili) e al Progetto Amarok – Lo Spirito del Lupo. E, ovviamente, un ringraziamento di tutto cuore ai partner che hanno contribuito alla riuscita dell’evento: SBK ITALIA – sport and job for your dog, F-ALL – underwear, Myfootbike Italia, Trattoria Pizzeria Fontanacce, AlecodFrancesca Codina Photography e WebCam Valle Camonica. Sembra scontato, ma non lo è: senza il loro appoggio nulla di quanto vissuto sarebbe stato possibile. 

 

Dove siamo stati? Nello scenario paesaggistico dell’Alta Valle Camonica, tra i Parchi dello Stelvio e dell’Adamello. I veri protagonisti di questo dog trekking sono stati i cani: Akira (Siberian Husky), Lea (Pastore Tedesco), Lampo (Siberian Husky), Maraya (Siberian Husky), Max (Border Collie), Sean (Siberian Husky), Ira (Siberian Husky), Ripley (Siberian Husky), Indi (Siberian Husky) e Ciuk (Siberian Husky)… Denise (Pastore Tedesco) e Andrea (Siberian Husky), che ci avrebbero raggiunto qualche giorno più avanti. Senza i cani nulla di tutto questo sarebbe stato possibile, perché il loro contributo nel percorrere i sentieri e i cammini scelti è stato preziosissimo: grande la loro capacità di aiutare noi, poveri bipedi, nell’affrontare anche salite impervie, coi nostri zaini sulle spalle. 

Micro Cronaca di un’Avventura

Ritrovo ore 10.30 del giorno 26 maggio: un giorno dedicato alla conoscenza reciproca e all’interazione dei cani. Una giornata in cui sono state prese in visione le attrezzature e il materiale necessario per affrontare al meglio questa piccola grande avventura. 

La prima tappa, domenica 27 maggio, ci ha visto salire al Pianaccio, partendo da Vezza d’Oglio. Il Pianaccio è una piana (come si può intuire anche dal nome) di grande bellezza, dalla quale si possono ammirare le principali cime e valli che avremmo poi imparato a conoscere nelle successive giornate. Lo scriviamo subito: il tempo non ci è stato amico. Infatti, dopo un’ora dal nostro arrivo al Pianaccio, un forte temporale ci ha costretto –  anche per questioni di sicurezza – a trovare riparo con le tende nei pressi di Malga Salina: vento, fulmini e la grandine hanno accompagnato la nostra cena, rigorosamente consumata in tenda coi cani. 

 

La mattina seguente, il cielo limpido ci ha fatto godere di un paesaggio surreale, ma magnifico. Pronti per ripartire… e via verso la méta della nostra seconda tappa: la Val Grande. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siamo giunti in Val Grande in tarda mattinata. Una valle rigogliosa, lussureggiante coi suoi larici e abeti e la cospicua presenza di torrenti e fiumi. Il “campo base” con le tende, presso una Baita privata, è stato anche qui, dalla sera stessa, accolto dall’immancabile acquazzone. Noi e i cani ci siamo abituati in fretta ai continui e repentini cambiamenti climatici. Martedì 29 maggio è stata una giornata di scoperta: coi nostri cani, rigorosamente imbragati e seguiti nel loro lavoro, ci siamo addentrati nella valle, superando la Malga e arrivando al Rifugio Sandro Occhi. Un’ora e mezza di strada in cui abbiamo osservato numerosi esemplari di cervi, maschi e femmine con qualche piccolo al seguito. E non ci siamo fatti mancare nemmeno la neve 😉

 

La quarta Tappa della giornata di mercoledì 30 maggio ci ha visto scendere dalla Val Grande, passare da Cima Rovaia per raggiungere Pramprano, località sopra Villa Dalegno. Anche qui, accolti dalla nostra nuvoletta carica d’acqua. A Pramprano siamo stati raggiunti da Denise, con Oliviero e Nadia. La sera, nella baita a cui ci siamo appoggiati, è stata un’occasione di festa… anche perché eravamo ormai giunti a metà del nostro itinerario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 31 maggio è stata la tappa sicuramente più impegnativa, non tanto per il dislivello, quanto per i chilometri: 30 km esatti. Da Pramprano siamo discesi fino a Ponte di Legno – primo baluardo di civiltà dopo 4 giorni; da Ponte, percorrendo una delle tante stradine interne, abbiamo raggiunto la località di Pezzo, dove abbiamo fatto visita all’Area Faunistica: sì, perché thedogventure è anche valorizzazione e scoperta del territorio. E l’Area Faunistica di Pezzo, nel Parco dello Stelvio, è un piccolo gioiello dove poter conoscere da vicino la fauna locale. 

Pezzo è stata il nostro trampolino di lancio per raggiungere un altro luogo montano caratteristico: Case di Viso. Da qui, lungo la Tonalina, abbiamo nuovamente raggiunto Ponte di Legno per dirigerci a Temù, seguendo la pista ciclabile. Temù, il nostro nuovo campo base. 

Non è solo un modo di dire quello che spesso sentiamo, ovvero che “il meglio deve ancora venire”. Infatti gli ultimi due giorni (questa volta nel Parco dell’Adamello) sono stati sicuramente i più suggestivi per molti dei partecipanti: venerdì 1 Giugno, da Temù, siamo saliti verso il Monte Calvo, immersi in un bosco di abeti rossi. Raggiunto poi il Pornina, abbiamo seguito il sentiero che ci ha condotto al Rifugio alla Casata, in Val Paghera. Una serata a mangiare bruschette e a piantare le tende sotto il “muro” naturale che ci separava dall’ultimo traguardo: il Lago dell’Aviolo.  

Il 2 Giugno è stato fatto a tutti noi un regalo immenso: niente pioggia e la possibilità di ammirare il Lago dell’Aviolo e la sua piana in tutto il suo splendore. La salita per raggiungerlo non è certo tra le più semplici, soprattutto se si considera che le pietre e le rocce con cui è composto il ripido sentiero a gradoni erano completamente bagnati. Ma i cani, nonostante i tanti chilometri e il tanto dislivello già accumulato hanno lavorato alla grande, portandoci là dove dovevamo arrivare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 3 giugno è arrivato in fretta, così come la conclusione di questa avventura. Nell’ultima tappa, ossia quella del rientro, ha visto l’unirsi a noi Rodolfo e il suo Siberian Husky di nome Andrea: pochi chilometri per scendere dalla Val Paghera e arrivare là da dove è iniziata la Via delle Vette, la Trattoria Fontanacce a Vezza d’Oglio. 

Se all’inizio di questo testo abbiamo ringraziato le istituzione e le aziende che hanno supportato e appoggiato il dog trekking, ora è giunto il momento di ringraziare le persone in carne ed ossa che nei sette giorni della Via delle Vette ci hanno materialmente aiutato: Filippo, Nata, Lella, Ornella, Michele, Caty, Simona, Cristina e Umberto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale conclusione dopo questo dogtrekking? E’ stata un’esperienza meravigliosa dove tutti i partecipanti sono cresciuti insieme ai loro cani. Dove i cani hanno potuto fare i cani, lavorando al fianco dei loro amici umani. Il divertimento – a due e quattro zampe – non è mancato. Un’esperienza, un’avventura, un trekking… chiamatelo come volete… che ha avuto un obiettivo primario fondamentale: riscoprire la montagna, viverla coi propri cani nella maniera più genuina possibile. Una modalità che oggi, nella nostra delirante frenesia antropocentrica sembra quasi anacronistica. Perché thedogventure mette al centro il cane: non il “cane-peluche” o il “cane-schiavo”, ma un cane che ha con l’essere umano un rapporto simbiontico di reciproco sostegno. Quindi, quale conclusione? Nessuna conclusione! Perché questo è solo l’inizio…

 

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dati tecnici Via delle Vette

Tot. km percorsi: 108 km

Tot. dislivello (positivo e negativo): 11.680 mt

Partecipanti (coi propri cani): Eleonora (Akira), Chiara (Lampo), Guido (Lea), Andrea (Maraya e Max), Oliviero e Nadia (Denise), Rodoflo (Andrea) Federico (Ira e Ripley), Francesca (Sean), Francesco (Indi e Ciuk)

I CORNI DI CANZO

di Francesca Ghioni

I Corni di Canzo, detti anche Curunghèj in dialetto locale, sono uno dei gruppi montuosi più noti del triangolo lariano, le cime occidentale e centrale delimitano la parte settentrionale della Val Ravella e il confine tra i comuni di Canzo e di Valbrona. Solo il corno orientale, terzo ed ultimo del gruppo dei corni si trova nel comune di Valmadrera.

Le due vette più alte, ossia l’occidentale con i suoi 1373 m s.l.m. e il centrale di 1368 m s.l.m., sono ben visibili dalla Brianza, mentre per vedere i 1232 m s.l.m. del corno orientale bisogna trovarsi tra il lungo lago di Menaggio e l’alto lago di Como.

Grazie alla loro posizione queste tre cime sono state tra le prime a diventare popolari in Lombardia; oggi infatti i sentieri della zona sono tantissimi e ben segnalati, variano da molto facili a dedicati solo ad escursionisti esperti. La Traversata delle Cime consente di percorrere tutti e tre i corni in via normale, anche se è importante precisare che nella discesa del corno occidentale ci sono tratti molto ripidi non adatti ai cani.

Parcheggiamo l’auto alle Fonti di Gajum (Canzo) e imbocchiamo uno dei due grandi sentieri ciottolati che partono dal piazzale, a sinistra la Via delle Alpi che passa da I Alpe e II Alpe per poi arrivare III Alpe, a destra il sentiero n°2 o Sentiero Geologico che arriva direttamente a III Alpe.

Entrambi i sentieri sono molto larghi, con pendenza minima e il tempo di percorrenza è praticamente lo stesso.

Una volta giunti a III Alpe saliamo lungo la mulattiera a sinistra del rifugio e troviamo una palina che indica che ci troviamo sul sentiero n°1 per la vetta dei corni, la strada si stringe e diventa più ripida fino ad uno spiazzo in cui un bivio indica a destra la via ferrata del Venticinquennale del CAI di Canzo (EEA) e a sinistra la via normale che imbocchiamo.

Il panorama si apre e alla nostra destra possiamo vedere il Cornizzolo, saliamo ancora e di fronte a noi troviamo un prato con una cappelletta votiva in legno, siamo ai piedi del corno occidentale, sotto al quale parte un ripido e ghiaioso sentiero che porta alla prima e più alta cima dei tre corni.

Il sentiero è scosceso ma facilmente risalibile da cani abituati a questo tipo di terreno, arrivati alla vetta possiamo vedere il corno centrale e imbocchiamo un sentiero molto ripido che velocemente ci porta sotto ad esso ma solo se siamo senza cani, altrimenti torniamo alla cappelletta e imbocchiamo il sentiero più avanti seguendo le indicazioni per il rifugio.

Iniziamo la risalita del corno centrale, molto più morbida rispetto al più alto appena affrontato ed arriviamo alla vetta in poco tempo, da qui possiamo vedere il rifugio S.E.V. Pianezzo, il lago ed entrambi i corni.

A questo punto in direzione del corno orientale scende un sentiero che facilmente ci porta all’ultima cima.

Questo giro non è adatto ad escursionisti, umani e cani, non allenati o inesperti.

 

nota tecnica

Dislivello: 2002

Tempo: 6 ore circa

Periodo consigliato: tutto l’anno.

Difficoltà: EE/EEA

Punti d’appoggio: Rifuio III Alpe, Rifugio S.E.V. Pianezzo

 

Il Monte Due Mani

di Francesca Ghioni

Il Monte Due Mani è una montagna delle Prealpi Bergamasche situata in Valsassina. Il suo nome è dovuto alle dieci piccole cime che lo compongono somiglianti appunto alle dita di due mani aperte; è uno dei monti che domina il panorama dalla città di Lecco ma anche uno dei meno conosciuti, essendo situato tra il più noto Resegone e il gruppo delle Grigne.

Sulla vetta di 1666 m s.l.m. è situato il bivacco intitolato a Marco Locatelli, Plinio Milnai ed Enrico Scaioli, tragicamente periti all’età di vent’anni sulla Cresta Segantini della Grignetta. Da qui è possibile godere di una vista estremamente panoramica sulle Grigne, il Resegone, Lecco, la Valsassina, la Brianza e nelle giornate più limpide sul Monte Rosa e gli Appennini. La struttura del bivacco è ben riconoscibile anche a grande distanza: un igloo bianco in vetroresina in parte alla croce e con diversi oblò che ci consentono di vedere i monti circostanti dall’interno. Il bivacco è di proprietà del C.A.I. di Ballabio, è sempre aperto ed è sicuro in caso di mal tempo.

Diverse vie normali portano alla vetta. La più breve e frequentata è quella che partendo dalla provinciale 63 in direzione Morterone, percorre il sentiero n°33. Da Ballabio imbocchiamo la provinciale e dopo circa 10 km troviamo uno slargo dove possiamo parcheggiare l’auto; dei segnavia indicano Desio-Monte Due Mani verso una mulattiera dall’altra parte della strada sulla quale possiamo vedere una freccia. Imbocchiamo il sentiero, inizialmente un po’ ripido, all’ombra di una faggeta e salendo a zig zag fino a raggiungere un tratto in leggera discesa.

 

 

Continuiamo quasi in piano e iniziamo a vedere la croce e il bivacco; inizia qualche morbido sali e scendi, superiamo un ruscello e la vista si apre mostrandoci il Resegone. Arriviamo ad una palina che tra le altre località indica anche il Monte Due Mani (a 45 minuti). Proseguiamo fino ad un grande spazio erboso e vediamo Cascina Pranura, poco più avanti ad un bivio troviamo indicazioni per la vetta. Rientriamo nel bosco che presto diventa misto con faggi e betulle, dopo diversi tornanti di cui alcuni su roccia e altri su erba un segnavia indica 15 minuti all’arrivo. Si prosegue ripidamente e giungiamo ad un bivio: entrambi i sentieri portano alla vetta ma quello che prosegue diritto è meno esposto di quello che si dirama verso destra. Vediamo croce e bivacco sopra di noi e dopo le ultime e un po’ faticose curve arriviamo in cima.

Escursione adatta davvero a tutti, ma teniamo presente che non c’è nessun punto d’acqua.

 

nota tecnica

Dislivello: 532

Tempo: 1 ora e 30.

Periodo consigliato: tutto l’anno.

Difficoltà: E, adatto anche a bambini.

Punti d’appoggio: Bivacco Locatelli.

Note: no punti d’acqua.

Salita al Resegone

di Francesca Ghioni

Il monte Resegone, detto anche monte Serrada o Resegun in dialetto lecchese e Rasgù in dialetto bergamasco, è una montagna delle Pralpi lombarde situata tra la provincia di Lecco e quella di Bergamo. Il nome origina dal termine lombardo resegon (grossa sega) per via del fatto che le nove punte che compongono il suo profilo, osservate da Lecco e dalla Brianza, somigliano proprio alla lama di una sega. Dai suoi 1875 m s.l.m. si gode di una vista che lo ha reso uno tra i monti più popolari, se non il più popolare, di Milano, della Brianza e della città di Lecco. Terreno di gara della storica Monza-Resegone, corsa podistica organizzata dalla S.A.M. che si tiene ogni anno in concomitanza della festa patronale di San Giovanni nella città di Monza; della recente ResegUp, gara di trail running con partenza dal centro di Lecco, della ancora più recente Skyrace Creste Resegone (Trofeo Sergio Manini A.M.) che percorre le creste da sud a nord partendo da Brumano e infine della manifestazione Assalto al Resegone, organizzata dalla S.E.L. che assegna il Trofeo Resegone alla società o associazione che stabilisce il miglior punteggio. Nonostante i molteplici eventi agonistici dedicati a skyrunners, trailrunners e alpinisti, il Resegone offre varie vie normali per escursionisti più e meno esperti. Doveroso se si è Brianzoli o Lecchesi arrivare alla cima!

Uno degli itinerari più percorsi dai due e dai quattro zampe è quello che parte dalla galleria della Forcella di Olino e arriva alla vetta, poco sotto alla quale si trova il rifugio di proprietà della S.E.L. intitolato Luigi Azzoni. Arrivati in auto alla galleria parcheggiamo vicino a diverse paline che indicano tra le varie destinazioni la Forcella di Olino, ci incamminiamo in un sentiero in leggera salita e in ombra; dopo poco troviamo un bivio e seguiamo la freccia a destra che porta al Resegone. Camminiamo con qualche sali e scendi e ad un altro bivio seguiamo per Forbesette Resegone fino ad un tavolo con delle panche poco dopo il quale, grazie ad una fontana, possiamo rifocillare noi stessi e i cani che ci accompagnano. Ignoriamo diversi bivi, la salita inizia a farsi più ripida e il terreno roccioso; continuiamo a seguire per vetta Resegone/ rifugio Azzoni. Usciamo dal bosco e iniziamo a vedere la cima, ora la salita è abbastanza dura ma è l’ultimo tratto che ci separa dalla vetta, completamente esposto a potenziali sole e vento. Arriviamo al rifugio e vediamo a destra dell’edificio la roccia scavata simile ad una scala che porta alla croce, dalla quale possiamo godere di un panorama che include Lecco, la Brianza e persino Milano! Questo sentiero è quello che con il minor dislivello e il minor tempo raggiunge la cima del monte Resegone, adatto davvero a tutti, cani, bambini e adulti non troppo allenati.

nota tecnica

Dislivello: 772

Tempo: 2.30 ore circa.

Periodo consigliato: tutto l’anno ma non in caso di forti nevicate (controllare chiusura rifugio).

Difficoltà: E, adatto anche a bambini.

Punti d’appoggio: rifugio Luigi Azzoni.

Note: solo un punto d’acqua fino al rifugio.

 

Alla scoperta del Grignone con Smilla & Grace

di Francesca Ghioni

 

La Grigna settentrionale o Grignone (precedentemente monte Coden) è la vetta più alta del gruppo delle Grigne, a cavallo tra il lago di Como e la Valsassina; nelle giornate più limpide è visibile da tutta la Pianura Padana Lombarda.

Il suo rinomato panorama offre la vista dell’intero Arco Alpino nord occidentale, l’Oberland Bernese, il Cervino, il Monte Rosa, le vette interne svizzere, le catene montuose di confine con il Triveneto e, in caso di giornata ventosa, persino il Duomo di Milano!

Appena sotto la cima di 2410 m s.l.m. è situato il rifugio Brioschi, rifugio storico delle Prealpi Lombarde di proprietà del CAI di Milano. La montagna è composta principalmente da tre versanti, il sud-occidentale che scende verso la sponda est del lago di Como ed è il più interessante in ambito alpinistico, l’orientale che scende regolare verso la Valsassina e il settentrionale (Moncodeno) che forma una conca glaciale che scende verso il Passo del Cainallo e la zona di Esino Lario ed è il versante più interessante a livello speleologico, il Complesso del Releccio infatti è il secondo sistema carsico più profondo d’Italia.

La via normale di salita è sul versante orientale e parte da Pasturo ma oggi analizzeremo un altro itinerario, il più frequentato nel periodo estivo, ovvero quello che parte dal Rifugio Cainallo (Esino Lario). Giunti al rifugio possiamo proseguire in auto fino in fondo alla Val di Cino dove troviamo un ampio parcheggio, in fronte a noi c’è un prato in leggera salita alla destra del quale si apre un sentiero con un segnavia che indica il rifugio Brioschi, lo prendiamo. Il sentiero è ombreggiato con qualche morbido sali e scendi, già da qui si gode un bel panorama sulla Valle dei Mulini, via via gli alberi si diradano e la vista delle valli circostanti si amplia, incontriamo una larga passerella in cemento e poco dopo un bivio che indica diritto il rifugio Bogani, a destra il rifugio Bietti-Buzzi.

A questo punto abbiamo la possibilità di fare un giro ad anello molto interessante a livello escursionistico e paesaggistico, piuttosto lungo ma non particolarmente difficile, seguiamo quindi per il Bietti-Buzzi e dopo altri sali e scendi incontriamo la maestosa Porta di Prada. Proseguiamo lungo il nostro sentiero e dopo circa mezz’ora arriviamo al rifugio Bietti-Buzzi dal quale partono diversi sentieri per la cima, noi imbocchiamo il 28 che risale ripidamente il grande prato alle spalle del rifugio.

La vegetazione si dirada e il sentiero diventa più difficoltoso, incontriamo un bivio che indica il rifugio Bogani a sinistra mentre a destra inizia la Cresta di Piancaformia che percorriamo, in alcuni tratti attrezzata da corde fisse in punti per i cani semplici da superare. Dopo l’ultimo ripido tratto attrezzato giungiamo finalmente al rifugio Brioschi poco sopra al quale si erge la croce del Grignone dalla quale possiamo goderci la splendida vista.

Scendendo dal rifugio sulla via del ritorno arriviamo nuovamente al bivio che indica in discesa il rifugio Armando Bogani (sentiero 25), lo imbocchiamo. Il sentiero diventa via via meno ripido ed entriamo nel bosco fino a raggiungere il rifugio, il percorso è meno impegnativo rispetto al sentiero 24 lungo il quale abbiamo camminato all’andata. Superato il rifugio il sentiero si allarga e passa di fianco ad una stalla arrivando ad un cancellino di legno che sorpassiamo, dopo una morbida discesa il sentiero si ricongiunge a quello dell’andata e non ci resta che percorrerlo all’ombra dei pini fino a raggiungere l’auto…

Consiglio questo giro ad anello a escursionisti a due e quattro zampe che dispongono di un certo allenamento e che abbiano esperienza lungo percorsi attrezzati, in alternativa si può giungere al rifugio Brioschi più semplicemente camminando lungo il sentiero descritto nel ritorno o ancora più semplicemente partendo da Pasturo lungo il sentiero 33.

 

nota tecnica

Dislivello: 1170 circa.

Tempo: 6 ore circa.

Periodo consigliato: estivo.

Difficoltà: EE.

Punti d’appoggio: rifugi Cainallo, Bietti-Buzzi e Bogani.

Avvertenze: parte finale del sentiero esposta a sole e vento, no punti d’acqua per cani.

Dog Trekking al Monte Legnone

di Francesca Ghioni

Il Monte Legnone fa parte delle Alpi ed è la cima più alta della provincia di Lecco e delle Alpi Orobie occidentali, la sua vetta di ben 2609 m s.l.m. è chiaramente visibile da Milano e dalla Brianza. Dalla sua cima si può godere di uno dei migliori panorami delle Alpi Centrali; per questo motivo è molto frequentato dagli escursionisti umani, ma anche cani!


Raggiungere la sua meravigliosa vetta infatti non è particolarmente impegnativo, solamente alcuni passaggi presso la cima sono attrezzati con corde fisse ed una brevissima scaletta, facilmente aggirabile dai cani più agili, che porta alla croce.

La via normale di salita parte dal Rifugio Roccoli Lorla, facilmente raggiungibile in auto e circondato da un ampio parcheggio. Alle sue spalle parte il sentiero n°1A che passando attraverso alcuni alpeggi ci condurrà al Bivacco Silvestri o Ca’ de Legn e successivamente alla croce.
Il sentiero è prevalentemente ombreggiato ma l’unico punto d’acqua per rifocillare i cani si trova a metà strada tra il rifugio di partenza ed il bivacco: è quindi necessario portare una giusta quantità d’acqua per noi e per i cani. Questo primo tratto è piuttosto semplice, la salita è moderata ed il sentiero abbastanza largo, più avanti la pendenza aumenta via via sempre più fino al Bivacco Silvestri.

Da questo punto in poi il percorso si fa più impegnativo. Siamo ormai vicini alla meta ma il dislivello da qui alla croce è di circa 500 m. Poco dopo aver superato il bivacco incontriamo il primo passaggio attrezzato con delle corde fisse. Dai cani di piccola e media taglia facilmente superabile con due balzi, a quelli più pesanti potrebbe servire una leggera spinta.

Da ora in avanti fino a pochi metri dalla vetta non incontreremo altri punti attrezzati, il sentiero diventa meno visibile ed il terreno molto friabile, sconsiglio di percorrerlo in caso di pioggia o neve. Dopo un po di zig zag giungiamo all’ultima parte attrezzata del percorso: prima qualche corda fissa in un punto per i cani facilmente superabile, poi la breve scaletta semplicissima per gli umani e un po’ più complessa per i quattro zampe. Anche in questo caso i cani più agili e leggeri la possono superare facilmente, al limite con un nostro piccolo aiuto, i più pesanti invece potrebbero fare fatica e avere bisogno di essere sollevati.


Prima di percorrere determinati percorsi è sempre meglio accertarsi della forma fisica e dell’esperienza del cane sul territorio montano. Arrivati qui ci attende la maestosa croce della vetta del Monte Legnone e non ci resta altro da fare che goderci un panorama mozzafiato in compagnia del nostro migliore amico!

nota tecnica

Dislivello: 1146 m.
Tempo: 3 ore circa.
Periodo consigliato: estivo.
Difficoltà: EE.
Punti d’appoggio: Bivacco Silvestri (Ca’ de Legn) sempre aperto.
Avvertenze: frequenti forti venti settentrionali dalla Val Chiavenna.

SULLA VIA DEGLI ABATI IN COMPAGNIA DEI CANI

La Via degli Abati da Bobbio a Pontremoli, in dogtrekking insieme agli amici a quattro zampe. Si tratta di un antico cammino, utilizzato già dal VII secolo, soprannominata anche Francigena di Montagna. Si tratta di una Via utilizzata già dai sovrani longobardi, ma molti – sin dalle origini – furono i pellegrini che la percorsero: un motivo su tutti le spoglie di San Colombano nell’omonima Abbazia a Bobbio. La Via degli Abati, come suggerisce anche il nome, venne adoperata anche dai monaci della stessa Abbazia, i quali possedevano numerose hospitalitas lungo il cammino, per giungere sino a Roma.

A percorrere questo antico cammino si era in ottima compagnia: Francesca e Federico insieme ad Ira e Sean (Siberian Husky); Matteo con King (Siberian Husky); Nicole col suo compagno a quattro zampe Byron (Groenlandese); Francesca insieme a Smilla e Grace (due meticci dalla simpatia e tenacia impressionante) e Francesco con Indi e Ciuk (Siberian Husky). Il percorso ha avuto una lunghezza di più di 100 km, oltre 3500 m di dislivello attivo. Questo dogtrekking è stato fatto grazie alla vicinanza di Monge, che ha accompagnato i pasti dei cani, e grazie all’Agricampeggio “La Luna e il Falò” di Filippo Cattaneo che, oltre ad accoglierci all’arrivo, è stato una base fondamentale di appoggio per garantire la sicurezza qualora sul percorso si fossero presentati dei problemi. I cani debbono continuamente essere considerati: l’attenzione deve costantemente essere rivolta al cane.

Le prime tappe sono state quelle sicuramente più impegnative: Bobbio – Nicelli (arrivando in cima alla Sella dei Generali 1218), Nicelli – Groppallo (col guado del fiume Nure), Groppallo – Bardi.  Soprattutto i due giorni di cammino che da Bobbio ci hanno portato a Groppallo sono risultati i più impegnativi, causa i grandi dislivelli. La bellezza del paesaggio è senza dubbio un punto di forza della Via degli Abati, che contrasta però con l’incuria di alcuni tratti del tracciato delle prime due tappe: erba alta sopra le ginocchia che impediva di seguire in maniera sicura il cammino, tronchi nel mezzo dei sentieri e rocce che trasformavano il dogtrekking in una arrampicata vera e propria: i cani e noi bipedi, in alcuni tratti, tutti a quattro zampe. La quarta tappa avrebbe dovuto vedere tutti noi in cammino da Bardi a Borgotaro: una tappa impegnativa per via del chilometraggio e delle pendenza. Purtroppo si è dovuto annullarla: nel giorno prefissato per percorrere questo tratta erano previste alte temperature (rispetto ai giorni precedenti) e si sarebbe dovuto percorrere un tratto di poco più di 15 km dove non vi era la certezza di trovare dell’acqua, soprattutto per i cani. Per il loro benessere si è deciso di passare direttamente alla quinta e ultima tappa: Borgotaro – Lago Verde (Pontremoli). Questa è stata una tappa meravigliosa: 22 km immersi nel bosco, in prevalenza quello della Lunigiana. L’inizio della tappa ha visto un dislivello importante che ci ha accompagnato sino alla cima del P.sso del Borgallo (1013 m). Poi, un meraviglioso cammino in quota, fino alla discesa, che coi cani al traino non è mai cosa semplice da affrontare nonostante sia stata lieve. In questa tappa abbiamo sostato lungo le sponde di un magnifico torrente, il cui fragore delle acque contrastava col silenzio. Sottolineo silenzio: tutta la Via degli Abati è stato un cammino nel silenzio. Nessun essere umano incontrato: solo animali selvatici, qualche animale da fattoria e piccoli cani negli altrettanti minuscoli centri abitati.

L’esperienza della Via degli Abati è stata sicuramente positiva. Queste sono esperienze che se fatte in solitaria coi propri cani hanno sicuramente valore, ma con una compagnia adeguata – di persone che assecondano la natura dei propri animali con coscienza – diviene tutto più memorabile.

Sul Camminare

Perché camminiamo per boschi? Perché lo facciamo? Forse non esiste una risposta certa e chiara a queste domande; una risposta che sia definitiva, cristallina, adamantina.

L’atto del camminare è una di quelle azioni che all’uomo viene più naturale: anche le persone più sedentarie, più svogliate camminano! Si cammina da soli, in compagnia di amici e in compagnia di animali.
Ma la scelta di percorrere sentieri lungo una montagna, in una vasta pianura o in secolare bosco è, per l’appunto, una scelta. Un meccanismo innato che, dettato forse dall’umano istinto di un “ritorno alla foresta”, ad una “madre primitiva”, spinge molte persone ad abbandonare abitudini più innaturali alla vita stessa, quali l’esperienza abitativa in città.

Così il camminare nella natura può diventare un’evasione, una ricerca o semplicemente uno svago ricreativo, un normale e alternativo passatempo.

La natura è come se chiamasse; è come se alle orecchie di molti di noi sussurrasse parole e suoni di un mondo lontano, oggi perduto, ma che ancora ci affascina, ci attira.
Quali vantaggi camminare in un bosco? Sì, perché anche questa domanda è lecita ed importante. Credo fermamente che il percorrere a piedi, con le proprie forze, sentieri (anche solo per alcuni minuti, pochi chilometri) sia una delle migliori terapie fisiche e psicologiche contro in malanni del nostro tempo. È praticare una terapia anacronistica autorigenerativa; perché il nostro corpo, la nostra carne, il nostro spirito hanno assolutamente bisogno di quella fatica, di quello stare in silenzio e in ascolto.

Camminare rende sicuramente più felici, aguzza i nostri sensi. Il camminare è un atto che, se fatto con consapevolezza, aumenta la nostra percezione della realtà.
Ancor meglio, se questo camminare tra i suoni e i profumi dell’ambiente lo si fa in compagnia di un amico a quattro zampe. Si impara ad “ascoltare” ciò che il microcosmo del sottobosco emette: piccole vibrazioni olfattive ed uditive che il tuo cane può farti conoscere. Può farti scoprire.

Camminare porta con sé quel bisogno di pace e quiete che anche il più belligerante degli uomini ha dentro il suo animo. Camminare, peregrinare – anche senza una meta – rende l’uomo aperto all’altro, alla conoscenza e alla curiosità verso il mondo. A questo proposito mi piace ricordare un passo iniziale del libro Anatomia dell’irrequietezza di Bruce Chatwin:

“[…] l’uomo, umanizzandosi, aveva acquisito insieme alle gambe diritte e al passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni; questo impulso era inseparabile dal sistema nervoso centrale; e quando era tarpato da condizioni di vita sedentarie trovava sfogo nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo.
Ciò spiegherebbe perché società mobili come gli zingari siano egualitarie, libere dalle cose e restie al cambiamento; e anche perché, nell’intento di ristabilire l’armonia dello stato primigenio, tutti i grandi maestri – Buddha, Lao-Tse, san Francesco – abbiano messo al centro del loro messaggio il pellegrinaggio perpetuo, e raccomandato ai loro discepoli, letteralmente, di seguire la Via”