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Sul Camminare

Perché camminiamo per boschi? Perché lo facciamo? Forse non esiste una risposta certa e chiara a queste domande; una risposta che sia definitiva, cristallina, adamantina.

L’atto del camminare è una di quelle azioni che all’uomo viene più naturale: anche le persone più sedentarie, più svogliate camminano! Si cammina da soli, in compagnia di amici e in compagnia di animali.
Ma la scelta di percorrere sentieri lungo una montagna, in una vasta pianura o in secolare bosco è, per l’appunto, una scelta. Un meccanismo innato che, dettato forse dall’umano istinto di un “ritorno alla foresta”, ad una “madre primitiva”, spinge molte persone ad abbandonare abitudini più innaturali alla vita stessa, quali l’esperienza abitativa in città.

Così il camminare nella natura può diventare un’evasione, una ricerca o semplicemente uno svago ricreativo, un normale e alternativo passatempo.

La natura è come se chiamasse; è come se alle orecchie di molti di noi sussurrasse parole e suoni di un mondo lontano, oggi perduto, ma che ancora ci affascina, ci attira.
Quali vantaggi camminare in un bosco? Sì, perché anche questa domanda è lecita ed importante. Credo fermamente che il percorrere a piedi, con le proprie forze, sentieri (anche solo per alcuni minuti, pochi chilometri) sia una delle migliori terapie fisiche e psicologiche contro in malanni del nostro tempo. È praticare una terapia anacronistica autorigenerativa; perché il nostro corpo, la nostra carne, il nostro spirito hanno assolutamente bisogno di quella fatica, di quello stare in silenzio e in ascolto.

Camminare rende sicuramente più felici, aguzza i nostri sensi. Il camminare è un atto che, se fatto con consapevolezza, aumenta la nostra percezione della realtà.
Ancor meglio, se questo camminare tra i suoni e i profumi dell’ambiente lo si fa in compagnia di un amico a quattro zampe. Si impara ad “ascoltare” ciò che il microcosmo del sottobosco emette: piccole vibrazioni olfattive ed uditive che il tuo cane può farti conoscere. Può farti scoprire.

Camminare porta con sé quel bisogno di pace e quiete che anche il più belligerante degli uomini ha dentro il suo animo. Camminare, peregrinare – anche senza una meta – rende l’uomo aperto all’altro, alla conoscenza e alla curiosità verso il mondo. A questo proposito mi piace ricordare un passo iniziale del libro Anatomia dell’irrequietezza di Bruce Chatwin:

“[…] l’uomo, umanizzandosi, aveva acquisito insieme alle gambe diritte e al passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni; questo impulso era inseparabile dal sistema nervoso centrale; e quando era tarpato da condizioni di vita sedentarie trovava sfogo nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo.
Ciò spiegherebbe perché società mobili come gli zingari siano egualitarie, libere dalle cose e restie al cambiamento; e anche perché, nell’intento di ristabilire l’armonia dello stato primigenio, tutti i grandi maestri – Buddha, Lao-Tse, san Francesco – abbiano messo al centro del loro messaggio il pellegrinaggio perpetuo, e raccomandato ai loro discepoli, letteralmente, di seguire la Via”